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EUROPA E CAUCASO SI INCONTRANO IN GEORGIA

30 giugno, 2009

Training in Qvesheti, Georgia 19-24 giugno 2009 di Marcella Bagnoni (volontaria SVE in Georgia)P1060560

Appena 10 giorni dopo il mio arrivo a Tbilisi per il mio SVE, ho participato al mio primo training course. Il tema era davvero interessante: ‘Youth immigrants and IDPs, Inclusion as a tool for conflict prevention’. Per chi non conoscesse il significato della sigla IDP riporto la dicitura completa: internal displaced people. Qui in Georgia il problema e’ particolarmente sentito e molte associazioni e Ong se ne occupano. Non a caso uno degli argomenti trattati in questo training e’ stato il recente conflitto tra Russia e Georgia nella regione dell’Ossezia del Sud, dell’agosto scorso;

abbiamo cercato di individuarne le ragioni profonde e superficiali, di raccogliere le informazioni e di condividerle, confrontando i nostri differenti punti di vista (sicuramente e’ stato interessante avere come partecipanti al training sia russi che georgiani).

Eravamo 16 ragazzi provenienti da paesi diversi: Armenia, Azerbaijan, Georgia, Italia, Polonia, Russia, Serbia e Ucraina, senza dimenticare uno dei trainers proveniente dalla Lettonia. Un vero melting pot!

Ma la cosa piu’ incredibile di questo incontro di culture diverse, e’ stata quella di incontrare proprio in un paesino sperduto di montagna (Qvesheti), nel cuore della Georgia, a poche decine di km da Tbilisi (la capitale), un ragazzo serbo di Novisad, la citta’ serba gemellata con Modena! Chi l’avrebbe mai detto?! Ed e’ stata una vera sorpresa!

Quale modo migliore per comprendere il vero significato di “inclusion”, se non quello di cercare di lavorare in ogni sessione come team e cercare di fare gruppo.

Tutto il training si e’ basato sull’educazione non-formale, per comrendere in modo coinvolgente ed attivo come prevenire i conflitti e come realizzare nel concreto l’inclusione in termini generali e concreti allo stesso tempo, indipendentemente dall’ambito e partendo da esempi concreti e semplici.

Non a caso, uno dei momenti piu’ significativi e’ stato il lavoro di gruppo per costruire il nostro “monumento di valori”, a partire dall’organizzazione del progetto e la discussione e scelta di valori condivisi, fino ad arrivare alla sua concreta realizzazione.

Il tutto si e’ svolto sul fiume: avevamo a disposizione cio’ che il fiume offriva, ma per costruire il nostro monumento dovevamo attraversare il fiume e andare su un isolotto centrale. Purtroppo alcuni di noi non sono riusciti ad attraversare il fiume, qualcuno ha anche abbndonato il gioco. Si e’ creata una situazione particolare e due opposti schieramenti, o forse sarebbe meglio dire: due gruppi alternativi.

Chi non e’ riuscito ad attraversare il fiume, inizialmente ha ricercato un’altra via, ma non trovandola, ha scelto un luogo alternativo in cui costruire il proprio monumento. Questo gruppo si e’ andato formando poco alla volta e da subito si e’ instaurato un gioco di ruoli: il leader del gruppo ha cercato di coinvolgere chi era rimasto escluso dal gruppo principale e in un secondo momento ha cercato di convincere chi era sull’isolotto ad andare nell’altro gruppo e poi a cercare di costruire insieme un passaggio sicuro sul fiume per riunire i due gruppi. Qualcuno ha cambiato gruppo, per il desiderio di cercare un’alternativa, ma di fatto nulla e’ stato fatto per riunire concretamente i due gruppi in uno. Inutile dire che la discussione successiva e’ stata molto interessante ed utile per capire il veso significato di inclusione e di lavoro di gruppo.

Ci sono stati molti altri momenti che ci hanno visto attori nel vero senso del termine: abbiamo creato un forum teatrale, una sorta di teatro interattivo. Divisi in gruppi, abbiamo rappresentato diversi conflitti irrisolti e il pubblico come parte attiva ha cercato di trovare una soluzione possibile, sostituendo di volta in volta i singoli attori, cercando di cambiarne i comportamenti, il tutto finalizzato ad una risoluzione. Nella maggior parte dei casi l’obiettivo e’ stato raggiunto!

Il teatro e’ stato protagonista anche di un altro esercizio: abbiamo inscenato la situazione concreta in cui si trovano i profughi quando arrivano alle frontiere. Inizialmente sono stati divisi i ruoli: c’erano profughi, controllori alle frontiere e anche gli abitanti di una piccola cittadina (di cui io ero il sindaco, oltre ad avere il ruolo di supervisione alla frontiera), dal negoziante, al rappresentante di una ong, dall’uomo d’affari al poliziotto. Sono stati presi in considerazione differenti punti di vista: quello di ogni singolo attore impegnato nel proprio ruolo.

Abbiamo inscenato una situazione particolarmente realistica, con tanto di ambientazione in condizioni sfavorevoli per i profughi. Ci sono stati momenti di vera tensione, concitazione e persino coinvolgimento emotivo, per fortuna mitigati da qualche risata, per ricordarci che la situazione non era reale, ma solo una recitazione. Le riflessioni successive sono state utili a capire i differenti stati d’animo vissuti dai personaggi, ma interpretati personalmente, e anche a cercare di immaginare situazioni concrete che rifugiati ed immigrati vivono ogni giorno.

La piu’ importante riflessione emersa dai giochi descritti, a mio parere e’ la consapevolezza che, indipendentemente dal nostro ruolo, in ogni singola situazione abbiamo sempre una personale possibilita’ di scelta, anche se diversa e’ la situazione di profughi, rifugiati ed immigrati, per i quali, nella maggiorparte dei casi, non si prospettano molte possibilita’ di scelta e spesso si trovano a fronteggiare situazioni imposte.

Un altro momento importante e’ stato l’incontro con un menbro della Commissione Europea in Georgia, che ci ha dato informazioni specifiche sulla politica europea riguardante l’immigrazione e i profughi (come regolarizzazione, normalizzazione, facilitazioni per ottenere il visto e riammissione), nonche’ una comparazione con le politiche dei paesi del Caucaso.

Poi c’e’ stata l’Expo delle rispettive NGO di cui i partecipanti erano rappresentanti, il tutto attorno ad un falo’, dentro ad una torre medievale arroccata su una collina, e sotto le stelle.

Un momento particolarmente attivo del training e’ stato il tentativo di elaborare e scrivere differenti progetti in funzione del tema principale, con la speranza che a queste idee e tentativi possa  seguire una concreta realizzazione.

Questo training ha rappresentato anche un importante momento di scambio culturale: ogni sera si faceva festa tutti insieme, con la musica giorgiana come sottofondo e le danze popolari. C’e’ stata anche la serata interculturale e ogni partecipante ha cantato una canzone popolare del proprio paese; e ultima, ma non meno importante, la festa per salutarci l’ultima sera, con musica, piatti tipici georgiani e le famose tamada: i brindisi che scandiscono tutta la cena, con discorsi di ringraziamento e beneauguranti.

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Durante questi giorni abbiamo avuto la possibilita’ di provare molti piatti tipici della cucina georgiana e della specifica regione in cui ci trovavamo, nonche’ di sperimentare la caratteristica ospitalita’ georgiana.

Questa esperienza e’ stata interessante anche per la comunicazione linguistica tra i partecipanti: alcuni di noi non conoscevano il russo e altri l’inglese e, nonostante momenti di incomunicabilita’ o di incomprensione, grazie a chi si offriva di volta in volta di tradurre, siamo riusciti a scambiare e condividere tutti le nostre idee, cosa significativa davvero, visto che il training era sul tema dell’inclusione!

Un momento di svago che abbiamo condiviso e’ stata la gita a Stepacminda, cittadina ai piedi delle maestose montagne del Caucaso, verso il confine con la Russia, nella parte nord-orientale della Georgia. Lo spettacolo incredibile della chiesa di Gurgeti, arroccata su un monte a 2200 mt di altezza, ci ha ripagato della faticosa camminata per raggiungerla!

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E ultima, ma da citare, la marshutka: il nostro mezzo di trasposto negli spostamenti piu’ lunghi, il minibus georgiano che conserva il nome russo, che si puo’ prendere in qualsiasi punto lungo la strada, basta fare un cenno con la mano e che si puo’ fermare in qualsiasi punto si voglia; basta dire “gaacheret!”.

Insomma una bellissima esperienza, soprattutto per i tanti amici nuovi conosciuti; tutti condividiamo la stessa speranza: rimanere in contatto, cercare di fare qualcosa di utile insieme e potersi rivedere un giorno…

E come dicono qui in georgia quando ci si saluta: kargad!

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