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Scambio in Slovenia, luglio 2007

13 maggio, 2009

(articolo scritto da Andrea Solieri, pubblicato nel luglio 2007)

Slovenia, Italia, Finlandia, Turchia ed Estonia si incontrano a Bistrica ob Sotli, paesino perduto nelle colline slovene, prossimo al confine con la Croazia. Non per un convegno internazionale sul futuro del pianeta, nè per un torneo di calcio professionistico. Solo per stare insieme, ragazze e ragazzi dai 17 ai 25-30 anni. Per conoscersi e condividere dieci giorni con persone di altre nazionalità e culture molto differenti tra loro. Almeno sulla carta.

Quando sei partito, lo scorso 9 luglio insieme a 5 amici dell’associazione Going to Europe, per questo scambio internazionale di giovani, sapevi dove andavi ma non cosa avresti trovato. E allora fantasticavi per stereotipi, convinto – non più di tanto, a essere sincero – che avresti trascorso poco più di una settimana insieme a turchi maschilisti e integralisti, a tanto stupende quanto glaciali ragazze finlandesi, a estoni chiusi e un po’ “sinistri” e a sloveni dai tratti duri e un po’ scontrosi. Stereotipi, appunto, alimentati da una cultura ignorante, che pretende di sapere senza conoscere.

Ma, una volta arrivato sul posto – e superato il colpo iniziale per la sistemazione: materassini da ginnastica stesi nella palestra di una scuola elementare – ti è bastato un giorno, forse meno, a capire che la realtà è ben diversa dalla rappresentazione che ne hai. Non eravate altro che quaranta ragazzi con gli stessi desideri, lo stesso spirito di iniziativa, la stessa voglia di mettersi in gioco. Anche quando si tratta di un gioco banale e infantile – come i cosiddetti “ice-breaking games” (quelli per rompere il ghiaccio, per intenderci). Anche, e a maggior ragione, quando si tratta di confrontarsi su argomenti più impegnativi, come quello dei “Confini“, tema di discussione previsto dal programma dettagliatamente preparato dalle ragazze slovene dell’associazione ospite. Confini politici, economici, sociali. Confini che dividono e confini che allontanano. Confini fisici, e confini mentali.

Sentire Lina, incantevole ragazza del nord, lamentarsi della frattura che si crea in Finlandia tra la minoranza che parla svedese (6% della popolazione) e la maggioranza che invece parla il finlandese, o Raido, giovane estone acuto e intraprendente, che spiega le conseguenze della separazione del suo Paese dall’Unioone Sovietica, è stata un’esperienza interessante. Ma illuminante, e sconvolgente, è stato intervistare Ayşe, ventenne turca prossima al matrimonio. Alle tue domande risponde con discorsi che non ti aspetti, che parlano di discriminazione nei confronti delle donne e degli omosessuali, che raccontano di confini fisici e culturali. Confini che condizionano la quotidianità delle persone che li vivono – o li subiscono – ma che non ne limitano – non sempre, non tutti – lo spazio dell’immaginazione.

Le sue parole ti confermano qualcosa che a fatica riesce a resistere al bombardamento mediatico che costruisce al posto della tua esperienza diretta la tua percezione del mondo: i confini territoriali producono inevitabilmnete ripercussioni sulle persone, ma ne influenzano perlopiù aspetti contingenti – per quanto rilevanti – della loro vita, intaccando minimamente la libertà di azione del loro pensiero. E confermano altresì che la diffusa tendenza all’identificazione delle persone con l’immagine del loro stato di appartenenza è spesso fuorviante e fallace. Perchè un individuo, uomo o donna che sia, non è mai una bandiera che sventola al vento.

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