h1

Scambio in Kosovo, ottobre 2006

13 maggio, 2009

(articolo scritto da Andrea Solieri, pubblicato nell’ottobre 2006)

“Domani parto per il Kosovo”. “Ma come, non c’è la guerra là?”. E’ la domanda più frequente che mi sentivo porre ogni volta che annunciavo la mia partenza. Ebbene no, non c’è la guerra. Non più. Non ancora. Sono passati quasi 9 anni da quando kosovari (nella stragrande maggioranza albanesi e musulmani) e serbi (perlopiù cattolici e ortodossi) si sono combattuti frontalmente, arrivando, dopo anni di scontri, alla guerra del 1998. Volevo vederne con i miei occhi gli effetti, e cercare di capirne con la mia testa, e con la diretta testimonianza di chi l’ha vissuta, il perché.

L’associazione di ex partecipanti al Servizio Volontario Europeo “Going to Europe” mi ha dato l’opportunità di farlo, ed io l’ho colta al volo, da Bologna a Pristina, via Vienna.

Eravamo in 6, noi italiani. Ci siamo uniti agli altri 30 ragazzi e ragazze di diverse nazionalità (kosovara, serba, croata, slovena, bulgara, gallese) partecipanti a questo “scambio internazionale”, che dà la possibilità a giovani provenienti da diversi Paesi, con culture e tradizioni differenti, di incontrarsi e condividere un’esperienza comune. E’ così che ho conosciuto, tra gli altri, Mel.

Kosovaro di Ferizaj (la città che ci ha ospitati, Urosevac in serbo), mi ha parlato della guerra, dell’ UÇK, di Dini – anche lui presente allo scambio – a cui sono stati uccisi due fratelli dai serbi. Il rancore verso la Serbia è forte, almeno quanto il senso di gratitudine verso quegli Stati (Italia, Germania, Usa) che hanno aiutato il Kosovo negli anni bui. Sa molte cose, Mel, della storia della sua terra. Come molti suoi coetanei, a quanto sento. Le visite nelle scuole di Ferizaj ci forniscono una chiave di lettura: i muri sono pieni di ritratti dell’eroe nazionale albanese, Gjergj Kastrioti, conosciuto come Scanderbeg, e di disegni degli scolari (dai 6 ai 15 anni) raffiguranti la bandiera dell’Albania. Quella stessa bandiera che si incontra spesso per le strade e negli improvvisati cimiteri – davvero tanti – dove giacciono i corpi dei caduti in guerra, i “martiri” kosovari. A tre di questi, ex studenti, è dedicato il ginnasio che visitiamo. Come alle elementari, sono molte le attività che la scuola organizza, per i tanti – troppi per una sola struttura – studenti: qui sono oltre 2000, nell’elementare oltre 4300, per 138 classi e 148 insegnanti. Si frequenta dalla mattina fino alle 10 di sera, divisi in turni, prima i più piccoli, poi i più grandi, in edifici mal messi e privi delle basilari, per noi, strumentazioni. Se non altro, questo sistema rende un po’ più vivace la città, di suo cupa e in certe zone tetra: tutto il giorno ci sono ragazzi in giro, tra chi sta andando a scuola e chi vi sta uscendo. Girano per questa città grigia, soffocata dall’inquinamento di un traffico disordinato, costellata dalle tante abitazioni in costruzione, e da quelle in ri-costruzione. Non mancano infatti le case bombardate e abbandonate, ma sono gli edifici nuovi a dominare, privi di intonaco e di finestre. Sono le case dei tanti albanesi ritornati dopo l’esodo forzato all’estero, dove hanno potuto guadagnare qualcosa da spendere qui, in questa terra di tutti e di nessuno, divenuta campo di battaglia per l’arroganza del potere, che ha fatto leva su alcune differenze etniche e culturali, acuendo l’intolleranza verso l’altro. Sono stati infatti uomini politici a determinare la situazione di cui oggi, e ieri, le due popolazioni pagano le conseguenze – materiali, ma anche in termini di odio reciproco. In questa situazione drammatica e contradditoria, c’è una speranza: che i ragazzi, i giovani, possano andare oltre, e costruire un futuro comune. E’ Ivan a nutrirla.

Quando ha deciso di venire qua e partecipare allo scambio, lui, serbo in terra kosovara, era molto preoccupato. Gli ho chiesto come abbia deciso di affrontare, da solo, un oggettivo pericolo: diversi episodi di rappresaglia contro i serbi si sono succeduti in questi anni; le chiese ortodosse – ne vedo alcune con i miei occhi – sono state bruciate, e recintate con filo spinato; la minoranza serba, quella residua dopo l’esodo del dopo-guerra, vive di fatto sotto la protezione delle KFor. Aveva paura, ma si è ricreduto. Mi racconta del suo incontro con Fatma, giovane insegnante d’inglese, kosovara doc, che abbiamo conosciuto durante la visita a una scuola in un villaggio nei pressi di Ferizaj. Quando si sono conosciuti, Ivan le ha detto di essere serbo. Lei ha risposto: “La prima cosa che farei se vedessi un serbo, sarebbe sparargli.” Ma hanno continuato a parlare, per ore, e, alla fine, Fatma ha cambiato idea.

Anche a questo servono questi scambi. Non risolvono le tante contraddizioni maturate durante decenni di scontri e pregiudizi, ma possono contribuire a contrastarle. Qui Ivan, serbo, ha convissuto 10 giorni con Mel, Dini, Erthon, Ramiza, Fatma e altri kosovari. Ha trovato degli amici inaspettati, che non hanno dimenticato ciò che la sua terra madre ha fatto alla loro, ma lo hanno considerato, così come lui ha fatto con loro, una persona, e non una bandiera.

***

Le tappe

Il Kosovo è oggi una provincia autonoma sotto il protettorato della Nazioni Unite, presidiato da truppe militari internazionali. E’ tornato all’autonomia di cui ha goduto in passato, ma non ha ancora raggiunto l’indipendenza che in molti richiedono a gran voce, da quando gli è stata negata. Era il 1989 quando Milošević, capo del governo serbo, spinse alla revoca dell’autonomia del Kosovo, e diede inizio alla “serbizzazione” della regione, con l’imposizione della lingua serba come unica lingua ufficiale (abolita dunque la ingua kosovara-albanese) e la chiusura delle scuole autonome. A questo nazionalismo serbo, estremo fino all’uso del mezzo della pulizia etnica, fece da contraltare da metà anni Novanta quello kosovaro, acceso soprattutto dall’azione dell’ UÇK (Esercito di liberazione del Kosovo), e perseguito con i metodi della guerriglia e degli attentati contro istituzioni e persone di etnia serba. Scopo dichiarato dell’azione di queste frange armate era l’indipendenza del Kosovo, ma l’effetto immediato non fu altro che un escalation delle ostilità e della repressione serba, sfociata nella guerra del 1998. Dopo vari tentativi di ricomporre la crisi attraverso la diplomazia, la comunità internazionale si schierò con il Kosovo: aerei della Nato (che agì senza autorizzazione dell’ONU), decollati perlopiù da basi militari italiane, bombardarono la Serbia di Milošević per oltre due mesi, dal marzo ‘99, costringendo il governo serbo alla resa, e dando poi inizio alla missione ONU KFor, disposta a posteriori dal Consiglio di sicurezza. Milošević fu arrestato il 1° aprile 2001 su mandato del tribunale internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità, ed è morto per arresto cardiaco l’11 marzo 2006, quando mancava poco alla conclusione del processo a suo carico.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: