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Bianca Sarajevo

13 maggio, 2009

(articolo di Maria Elena Seidenari, pubblicato su il rossio)

Le vedo ovunque, le “nisan”. Sono lapidi di marmo bianco, semplici. Segnalano che lì sotto dorme un musulmano. Se alla sommità della lapide è stato scolpito un turbante stilizzato, allora si tratta di un uomo. Nient’altro è dato sapere. Nessuna foto, nessuna iscrizione in bronzo. Solo una stele, bianca, alta e stretta, che assieme a tante simili ricopre ogni fazzoletto di terra ancora vergine dal cemento. Nel cortile di ogni moschea, dentro ai parchi, sui cigli delle strade trafficate. La morte è ovunque, ed è vestita di bianco, qui. Abita la città.

Le tombe musulmane, diversamente da quelle ortodosse o cattoliche, sembrano posate in ogni angolo di Sarajevo da una distratta casualità, da una mano che spolvera giocosamente zucchero a velo qua e là e picchietta di bianco ora i pendii delle colline fuori dal centro, ora il prato di un parco giochi. “Perché?” mi chiedo. Mi risponde Milos, un ragazzo serbo che mi accompagna in questo viaggio. “Durante l’assedio di Sarajevo, a volte, l’esercito serbo concedeva qualche ora di cessate il fuoco. Solo allora ai cadaveri poteva essere data un’improvvisata sepoltura. Il cimitero Alifakovac è alle spalle della Biblioteca Nazionale, su una collina che sovrasta la città. Troppo lontano.” E già troppo pieno. Durante l’assedio di Sarajevo, il più lungo che la storia bellica moderna ricordi (quattro anni, dall’aprile del 1992 al febbraio 1996), la pulizia etnica compiuta dall’esercito serbo contro i bosgnacchi, i bosniaci musulmani, ha prodotto circa 12mila vittime, l’85% delle quali civili.

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